171 paesi, più di 3000 città. La manifestazione ambientalista del popolo dei Fridays for future che ha interessato e visto scendere in piazza ragazzi in tutto il mondo non fa che certificare il divario della generazione dei Millenials con la nostra, come testimoniano le critiche, i giudizi, i consigli paternalistici, gli insulti che hanno accompagnato immagini e post. Ma i ragazzi in questione – con tutte le loro contraddizioni – non hanno degnato di uno sguardo o di un ascolto le voci degli adulti perché mentre sono già altrove…
Preceduto da fiumi di parole, ieri anche in Italia, in 220 città, fra cui Salerno, è arrivato il #climatestrike, il giorno globale di mobilitazione degli studenti, chiamati a fare sentire la loro voce da #GretaThunberg. Sedici anni, svedese, affetta dalla sindrome di #Asperger (da cui deriva la sua ostinata ossessione per la battaglia che ha sposato) Greta è riuscita dove generazioni di buoni e cattivi maestri, buoni e cattivi genitori hanno – se non fallito – fatto poco: risvegliare nei Millennials una coscienza civica.
Erano almeno vent’anni che le strade delle città non si riempivano di tanti giovanissimi (dai tempi della Pantera) e dei loro cartelli.
Pieni di slogan ambientalisti, moltissimi in inglese (è un movimento globale), molti spiritosi, ironici, sarcastici, in gran parte elementari come molti degli studenti in piazza, non per “sciopero” ma per una missione, non senza motivo ma con un obiettivo. Sui social – piazza virtuale su cui tanti trascorrono la maggiorparte del loro tempo – dall’inizio della settimana rimbalza il j’accuse dell’adolescente scandinava che dal palazzo delle Nazioni Unite accusa i grandi della Terra (ed i grandi tout court) di aver osato rubare il futuro alle nuove generazioni. E sotto quell’invettiva, così come sotto le foto bellissime della manifestazione di ieri, i post, gli insulti, le insinuazioni di quarantenni, cinquantenni, sessantenni contro Greta e i “Gretini”… che molti accusano di essere manipolati (Soros?), intruppati e contraddittori (sfilano con i fumogeni in mano, mangiano da Mc Donald’s, sventolano smartphone da mille euro, gettano cicche e carte per strada) e che invece – a vederli indignati e sorridenti, mentre cantano “Bella ciao” non per memoria partigiana, ma perché l’hanno sentita come colonna sonora de “La casa di carta” – sono attivi, informati, e pronti a partecipare, strillando le proprie ragioni se serve.
Mai come ieri (ed oggi, leggendo i commenti a posteriori) appare evidente il divario nella comunicazione tra due mondi – il nostro di adulti e quello dei più giovani – che oggi hanno in comune soltanto il declino del mondo come lo conosciamo.
Non di certo il linguaggio e men che meno i media che si utilizzano: mentre noi abitiamo Facebook loro lo snobbano perché lo trovano antiquato ed autoreferenziale, ed usano Instagram dove scorrono le storie, mettono like o brevi commenti e si scambiano informazioni. La manifestazione di ieri ha dimostrato che l’idea dei ragazzi fuori dal mondo reale, stonati dal trap e ipnotizzati dai telefonini è se non del tutto, almeno in parte, una fake news e quelli fuori dal mondo reale e – al tempo stesso – grottescamente intrappolati nel peggiore dei mondi virtuali, siamo noi, anagraficamente vecchi, al punto da non riconoscere neanche il germogliare di una passione civile.