De Sanctis: «Un errore non lasciar andare Sousa e Dia»

Michele Masturzo

L’errore che Morgan De Sanctis oggi non rifarebbe è quello di sottovalutare la voglia d’andar via di qualcuno. In una lunga intervista concessa al Corriere dello Sport il direttore sportivo della Salernitana ammette che gli attuali problemi del team dell’ippocampo nascono da un’estate tribolata, in particolare dalla riconferma di Sousa dopo che era venuta fuori la notizia del suo incontro col presidente del Napoli De Laurentis: «Era tutto lecito – ha risposto De Sanctis alla domanda del collega Antonio Giordano –, in quel momento il rapporto con Sousa è diventato un amore viziato e ha prodotto scompensi. Pensai che si potesse ricostruire una storia, eravamo sempre quelli che con lui subivano solo 1,25 gol a partita, ne segnavamo 1,43, ottenevamo 21 punti in 16 gare. Ma quel meccanismo virtuoso era saltato: la conferma sta nei tre punti in otto gare tutto sommato agevoli, negli infortuni e nelle conferenze stampa avvelenate che hanno reso complicata anche la gestione ambientale».
Secondo De Sanctis, l’altro errore, stando a quello che è successo fino ad oggi, potrebbe essere stata la mancata cessione di Dia: «Ora pare di sì, anzi le dirò, ci sta anche che qualcuno aggiunga: perché acquistarlo? Ma è stato il nostro centravanti principe, sedici gol alle spalle di Osimhen e Lautaro Martinez. Poi all’ultimo giorno di mercato, quando pur volendo non avremmo potuto far nulla per sostituirlo, spunta un’off erta irricevibile ed off ensiva dall’Inghilterra per averlo in prestito: cosa avrebbero detto di noi, o anche solo di me, se avessi compiuto quell’operazione?».
Eppure, nonostante i 3 punti di ritardo dalla zona salvezza, sebbene la Salernitana abbia vinto una sola partita e sia attesa da un finale di girone d’andata complicato, De Sanctis, che si sente in discussione e sa che il presidente non è soddisfatto nemmeno del suo operato, resta fiducioso, non si tira indietro, non è intenzionato a farsi da parte ed è convinto che, anche grazie al lavoro di Inzaghi, la squadra avrà la possibilità di dimostrare di non essere «inferiore alle quattro-cinque squadre che con noi si giocheranno la salvezza».

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